«Siete una risorsa potente, che ci permette di esercitare la nostra influenza per il mantenimento della libertà. Se non fossimo coinvolti in maniera così importante, la nostra voce non avrebbe tanto vigore e poiché non vogliamo mandare truppe americane in tutte le parti del mondo dove la libertà potrebbe essere a rischio, mandiamo voi». È l’8 giugno 1962 quando, rivolgendosi al personale UsAid con un famoso discorso, il presidente John Fitzgerald Kennedy chiarisce la natura dell’agenzia per gli aiuti internazionali allo sviluppo, da lui creata l’anno precedente per dare una struttura definitiva al sistema di aiuti internazionali messo in piedi con il piano Marshall subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Uno strumento, quindi, allo stesso tempo di solidarietà e di controllo. La scelta degli Stati Uniti di sostenere fortemente la ricostruzione dei Paesi dell’Europa occidentale avrebbe infatti favorito la stabilizzazione politica e contenuto le spinte espansionistiche dell’Unione Sovietica. Come volevano gli americani.
64 anni dopo, l’amministrazione del presidente Donald Trump, con una nota inviata al Congresso, annuncia di aver avviato l’iter per la chiusura definitiva dell’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale. La creatura voluta da Kennedy sembra non avere più ragione di esistere nell’idea del mondo e delle relazioni internazionali del suprematista Trump.
Alcune funzioni dell’agenzia saranno assunte dal Dipartimento di Stato entro il primo luglio, mentre altre, che il governo americano considera non in linea con i propri obiettivi, saranno definitivamente abbandonate. «UsAid si è allontanata dalla sua missione originale già da molto tempo, perciò i guadagni sono stati troppo pochi e i costi troppo alti. Grazie al Presidente Trump questa epoca fuorviante e fiscalmente irresponsabile è ormai finita», ha commentato il Segretario di Stato Mark Rubio. Per non lasciare dubbi sullo spirito con cui il presidente e i suoi hanno preso la loro decisione, circola una sguaiata gif animata che vede Trump, Musk e Vance accompagnare a passo di danza il feretro di UsAid.
Il ruolo di UsAid
Con un budget di svariati miliardi di dollari, UsAid è stata, fino a poche settimane fa, una forza trainante per i programmi internazionali di sicurezza alimentare, di salute globale e di supporto post-conflitto in decine di Paesi al mondo, offrendo assistenza medica e istruzione, e intervenendo in risposta alle crisi e alle emergenze, naturali e non. Con migliaia di accordi con governi locali e Ong, è stata una rete capillare di riferimento, oltre che di distribuzione di fondi, competenze e know how, intervenendo, tuttavia (o provando a farlo), anche a sostegno dei governi democratici e del libero mercato. Ai suoi esordi UsAid ha avuto anche una funzione non trascurabile per il mercato interno Usa: «Serviva a distribuire le derrate alimentari in eccesso fuori dal Paese, così che i prezzi rimanessero alti», ricorda l’economista Matteo Caravani, autore di un saggio scritto a quattro mani con Francesco Sylos Labini (Bussola per un mondo in tempesta, Futura editrice, novembre 2024). Insomma UsAid (come tutta la cooperazione potremmo dire) incarnava la duplice natura di agenzia di aiuto allo sviluppo e di strumento geopolitico, il cosiddetto softpower, come spiegava Kennedy. Questa visione, tuttavia, non ha mai convinto del tutto i repubblicani, se è vero che già nel 1994 avevano provato a chiuderla, accusandola, proprio come fa oggi l’amministrazione Trump, di spreco di denaro pubblico e sostenendo che fosse diventata inutile con il crollo dell’Unione Sovietica.
Ci hanno pensato gli attentati dell’11 settembre 2001 a rendere di nuovo centrale il ruolo di UsAid e nel frattempo il budget è lievitato dai 7 miliardi di dollari del 2001 ai 42 miliardi del 2024. Nell’anno fiscale 2023 l’agenzia aveva raggiunto un budget complessivo di 63 miliardi di dollari.
Come spiega l’organizzazione umanitaria Oxfam riferendosi a quanto accadeva finora: «Gli Stati Uniti spendono in genere circa l’uno percento del bilancio federale in assistenza allo sviluppo estero, che include sia l’assistenza umanitaria che i programmi di sviluppo. […] All’interno dell’ampia definizione di aiuti esteri, l’importo esatto degli aiuti allo sviluppo incentrati sulla povertà erogati da UsAid varia di anno in anno, ma di recente è stato pari a circa lo 0,49 percento del bilancio federale».
Insomma, attraverso UsAid gli Stati Uniti sono diventati il maggior finanziatore al mondo dei programmi di aiuti, e ora tutto il sistema degli aiuti umanitari è in crisi.
Le tappe di una demolizione
«Dopo aver lavorato a UsAid per quasi 10 anni con responsabilità diverse e sotto tre amministrazioni (Obama, Trump, Biden), pensavo di essere pronta per i cambiamenti che una transizione politica porta a un’agenzia federale: l’arrivo di nuovi incarichi politici, il riallineamento dei nostri programmi con le priorità della nuova amministrazione, stili di lavoro e comunicazione diversi e altri cambiamenti. Ma né io né il resto del personale di UsAid ci saremmo mai immaginati che in tre settimane saremmo stati sottoposti allo smantellamento e chiusura della nostra agenzia. E tutto fatto in modo crudele, irrispettoso e anche illegale», ha raccontato su Radio popolare il 6 febbraio scorso un’operatrice dell’agenzia americana, con una testimonianza rigorosamente anonima, ma efficace nel trasmettere la sorpresa e lo sconcerto.
La velocità è una cifra dello stravolgimento messo in atto dall’amministrazione sovranista targata Trump, e infatti sono bastati pochi giorni perché una struttura che ha fatto la storia di una parte importante della politica estera americana e che determinava letteralmente il destino di milioni di persone, venisse commissariata e – tra poche settimane – definitivamente abbandonata. «Gli Stati Uniti non hanno più intenzione di distribuire ciecamente denaro senza alcun ritorno per il popolo americano», ha dichiarato Rubio già a fine gennaio.
L’annuncio del commissariamento aveva causato un immediato scompiglio, commentava un articolo su Lancet Microbe del 13 febbraio. Atul Gawande, medico, scrittore, consulente di Bill Clinton e ora ex assistente amministrativo per la salute globale presso l’UsAid, si è rivolto ai social media per avvertire che l’ordine di stop al lavoro avrebbe interrotto un’ampia gamma di attività cruciali, tra cui gli sforzi per combattere il virus di Marburg, l’influenza aviaria, la poliomielite e diverse malattie tropicali trascurate. Gawande denunciava anche che le cliniche per l’HIV sostenute dal Piano di emergenza del Presidente degli Stati Uniti per l’assistenza all’AIDS (PEPFAR) avevano iniziato a rifiutare i pazienti. Il PEPFAR fornisce il trattamento dell’HIV per oltre 20 milioni di persone, soprattutto in Africa.
Insomma, uno sconquasso, una realtà durissima, che dagli Stati Uniti si espande come lo sversamento di petrolio da una nave che sta affondando verso una rete sempre più ampia di persone. A cominciare dalle Ong che in assenza di garanzie sulla continuità dei fondi hanno dovuto bloccare da un giorno con l’altro centinaia di iniziative sul campo. A cui si aggiungono migliaia di operatori locali che si ritrovano senza occupazione o con i contratti sospesi. E centinaia di migliaia sono le persone che vedono venir meno i servizi vitali garantiti dai progetti in corso. In queste settimane in cui l’agenzia è stata commissariata sono già stati chiusi oltre 5000 progetti, con un taglio stimato di quasi 30 miliardi di dollari. Nella sola Africa i quasi 6 miliardi di dollari di assistenza umanitaria erano sostenuti per il 56% da Usaid. La chiusura dell’agenzia, dicono alcuni, causerà la morte di milioni di persone.
Ma gli aiuti funzionano?
A sostegno delle scelte dell’amministrazione Trump si sono alzate le voci che dicono da sempre che sia tutto da dimostrare che questo tipo di interventi è davvero utile. Sono, in fondo, le cinque domande di Elon Musk: “Puoi dimostrare che il tuo lavoro serve a qualcosa?”
«Proprio al momento giusto, alcuni commentatori sono tornati alla vecchia e stanca affermazione che non ci sono prove che gli aiuti funzionino. Forse la più incisiva è arrivata da Stephen Moore della Heritage Foundation, che ha dichiarato alla National Public Radio: “Non ci sono prove che uno qualsiasi di questi programmi di aiuti esteri abbia avuto alcun effetto sullo sviluppo. E non ci sono prove che uno qualsiasi di quegli aiuti allo sviluppo abbia avuto alcun effetto sull’innalzamento degli standard di vita», commenta Steve Radelet sul sito della Brookings Insititution. La Heritage Foundation è il think thank iper-conservatore che ha prodotto il Progetto 2025, 900 pagine di affermazioni, spesso mai dimostrate, talvolta completamente false, che costituiscono l’humus teorico che nutre le politiche di Trump.
La Brookings Institution, è invece un’organizzazione senza scopo di lucro, palesemente liberal, che infatti dichiara: «L’affermazione di Moore è completamente falsa. Ci sono molte prove da ricerche indipendenti che mostrano gli impatti positivi degli aiuti sullo sviluppo e sull’innalzamento degli standard di vita. […] A loro volta, i principali dibattiti sugli aiuti si sono spostati dal sorpassato “funzionano?” a domande molto più utili su come i meccanismi di aiuto potrebbero essere ulteriormente rafforzati e come dovrebbero evolvere in un mondo in rapido cambiamento. Queste sono ancora le domande giuste».
Insomma, così come per l’Oms (ne abbiamo parlato qui e ragionato qui) nel corso degli anni non sono mancate le critiche all’operato di UsAid e dubbi sui reali impatti delle risorse impegnate, anche nei termini degli effetti sulla sicurezza per gli Stati Uniti, ma la duplice natura di questi strumenti di aiuto rende complicato arrivare a un giudizio: se si ragiona nei termini di un mandato umanitario, il ritorno atteso non può essere quello esclusivamente economico, come vorrebbero alcuni. Se invece l’obiettivo principale è il controllo e il creare e mantenere dipendenza tra Paesi donatori e Paesi che ricevono gli aiuti, allora sono gli equilibri internazionali a decidere dei risultati. Spesso è un mix di entrambe le realtà. In ogni caso la mannaia di Trump ormai ha troncato il dibattito.
Se i dati rimangono nascosti
È evidente, tuttavia, che la chiusura quasi totale dei finanziamenti e delle attività di UsAid non aiuta a rispondere alle “domande giuste”, anzi preconizza impatti negativi importanti a breve e lungo termine per la salute delle persone in tutto il mondo. «Come gruppo di operatori sanitari, responsabili politici nazionali, studenti, educatori e ricercatori che si sono ampiamente affidati ai dati, ai metodi e ai risultati prodotti dal Programma DHS, chiediamo il ripristino dell’accesso universale ai dati esistenti e la continuazione del funzionamento del sito web del Programma DHS», si legge in un appello che stava circolando nelle ultime settimane grazie a una sorta di passaparola internazionale via mail. Infatti, chi apre il sito non riesce ad andare oltre l’home page e riceve solo questa spiegazione: “A causa della revisione in corso dei programmi di assistenza estera degli Stati Uniti, il Programma DHS è attualmente in pausa. Al momento non siamo in grado di rispondere a dati o altre richieste. Chiediamo la vostra pazienza”. Il programma Demographic and Health Surveys (DHS) ha raccolto, analizzato e diffuso dati accurati e rappresentativi sulla popolazione, la salute, l’HIV e l’alimentazione attraverso oltre 400 indagini in più di 90 paesi, e, come tanti altri è fermo dalla fine di gennaio. Probabilmente non sarà tra quelli che verranno mantenuti, così verranno meno proprio quelle informazioni che consentono di valutare l’efficacia degli interventi.
Trump non ha alcun interesse a rendere nuovamente accessibili dati ed evidenze scientifiche, tanto più che quei 30 miliardi di dollari che non andranno più ai progetti di aiuto allo sviluppo e per la salute delle persone, potranno trovare presto altri modi di essere spesi.
«Ciò che rimane del budget sanitario globale potrebbe essere speso in modo molto diverso, con evidenti rischi per l’equità. I gruppi religiosi sono beneficiari assai probabili, con implicazioni per la salute sessuale e riproduttiva. Allo stesso modo, potremmo aspettarci che l’assistenza allo sviluppo ai Paesi sia ancora più condizionata alle politiche che favoriscono le imprese statunitensi, come la privatizzazione dell’assistenza sanitaria e la riduzione delle norme sulla salute e sulla sicurezza», scrivevano a novembre 2024, a ridosso delle elezioni americane, Kent Buse e Martin McKee sul British Medical Journal.
Anche in altri settori le politiche di Trump possono avere implicazioni per la salute globale, per esempio l’aumento dei dazi ricadrebbe anche sulle forniture globali di farmaci e delle loro materie prime, aumentandone i prezzi. D’altra parte, la salute delle persone non sembra una priorità del governo suprematista americano.
Dove si sposta l’equilibrio?
Anche il sistema della cooperazione italiana è stato già colpito dallo stop ai finanziamenti e il futuro di progetti per svariati milioni di euro è paurosamente a rischio, se non già deciso, anche perché per il momento il ministero degli Esteri sembra puntare soprattutto sulla carta della vicinanza tra l’amministrazione Usa e l’attuale governo. I fondi venuti a mancare erano canalizzati attraverso progetti Unicef e Oms soprattutto in Medio Oriente, il che significa un forte impatto negativo per milioni di rifugiati. Ed è uno stridente paradosso che dall’invasione da parte della Russia, proprio l’Ucraina sia stata tra i maggiori beneficiari dei fondi di UsAid, con 37 miliardi di dollari di aiuti.
La richiesta del mondo non governativo è chiara: servono fondi d’emergenza e un impegno a lungo termine per garantire almeno i programmi umanitari a servizio dei gruppi più vulnerabili.
Molte organizzazioni hanno immediatamente fatto appello all’Unione europea, che ogni anno spende circa 50 miliardi di euro per i programmi di cooperazione internazionale, chiedendo finanziamenti d’emergenza per evitare la chiusura dei progetti vitali. Tuttavia, la Commissione europea ha chiarito che, nonostante il proprio impegno nel settore umanitario, non può sostituire gli Stati Uniti come principale finanziatore. Il portavoce della Commissione ha sottolineato che l’UE continuerà a garantire il proprio aiuto umanitario, ma che la portata della crisi richiede uno sforzo congiunto da parte della comunità internazionale. In realtà, secondo l’organizzazione non governativa Intersos, i singoli Paesi europei stanno già riducendo e non aumentando i finanziamenti.
Mentre l’Europa ci pensa su, è possibile che ne approfittino altri paesi, come la Cina, già protagonista di programmi d’aiuto in molti Paesi a economia limitata, che per esempio ha colto subito l’occasione di sostituirsi agli Stati Uniti nel finanziare con il corrispettivo di quattro milioni di euro un programma per rimuovere le mine in Cambogia.
Alcuni Paesi africani, d’altro canto, hanno salutato con favore le decisioni dell’amministrazione Trump leggendole come l’inizio di un percorso verso l’autosufficienza nel finanziamento dell’assistenza sanitaria e nei processi di gestione. Ma il silenzio della maggioranza dei governi africani non appare incoraggiante. A parte una dichiarazione dell’Unione Africana (che raccoglie 55 Paesi del continente) per stigmatizzare il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità, la maggior parte dei governi è rimasta in silenzio anche dopo il blocco di UsAid.
«I governi africani, i donatori, gli operatori sanitari e i ricercatori globali hanno improvvisamente un’opportunità senza precedenti e la necessità di dare priorità a discussioni difficili che sono state rimandate troppo a lungo. Devono mettere in discussione modelli di aiuti che mancano di impatto duraturo, non rafforzano, o peggio, minano, i sistemi sanitari, non migliorano la salute della popolazione o creano dipendenza» esortava un editoriale del Bmj dedicato al ruolo che potrebbe assumere l’Africa in un futuro che si spera prossimo.
Un percorso verso l’autonomia che potrebbe o, meglio, dovrebbe, riguardare tutti i Paesi a economia ancora in sviluppo. Se il finanziamento per i sistemi sanitari arrivasse dai Paesi stessi invece che dai donatori, costringerebbe i governi a dare priorità alla salute per tutti rispondendo alle esigenze locali. È la tesi del giornale britannico.
Insomma, difficile immaginare uno scenario convincente per il futuro dei sistemi di cooperazione internazionale, ma forse quello che tutti dobbiamo riconoscere è che se UsAid era nata anche come strumento Usa per mantenere l’egemonia mondiale, oggi che tutti gli equilibri stanno cambiando, semplicemente non serve più. O così la pensano a Washington.