Considera lo spazzolino, il comune spazzolino da denti. Può essere un buon punto di partenza per iniziare a ragionare sulla sostenibilità e, soprattutto, su come possa diventare un’etichetta che troppo spesso ci fa perdere di vista il vero significato del termine.
La vera sostenibilità sarebbe alla radice di un nuovo modello di sviluppo in grado di rimettere il moto l‘ascensore sociale, allargare il benessere, offrire opportunità di crescita a tutta la popolazione. La falsa sostenibilità ha reso invece il mondo più ingiusto, creando nuovi muri, nuovi privilegi a vantaggio di ristrette minoranze
È così che si presenta nelle sue primissime pagine Il mito infranto. Come la falsa sostenibilità ha reso il mondo più ingiusto (Codice Edizioni, 2025) di Antonio Galdo, giornalista e direttore del sito Non Sprecare. Il saggio è un disamina di realtà che, sotto il marchio della sostenibilità, rema di fatto contro agli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile: dall’alimentazione alla mobilità, dalle città “che escludono” alla “sanità di classe”, dalla moda all’energia. Un esempio su tutti, forse financo banale, è diventato in questi giorni oggetto di battute sui social. Si può riassumere così: boicottare la Tesla è facile, se non hai i soldi per permettertela. Al di là della figura di Musk, l’auto elettrica è nell’immaginario comune (e in quello del marketing) il prototipo della mobilità sostenibile: ma chi può permettersela?
Quelle ne Il mito infranto sono riflessioni e, soprattutto, dati che si accumulano pagina dopo pagina e si fanno difficili da digerire, anche perché ci mostrano come troppo spesso le nostre scelte non siano in realtà consapevoli ma frutto di un marchio (green, sostenibile, biodegradabile, rispettoso dell’ambiente…) che non tutti si possono permettere. E che proprio per questa ragione aumenta le diseguaglianze invece di ridurle, dimenticando che la sostenibilità è un concetto tanto ambientale quanto sociale.
Il libro parte, e in realtà origina anche, proprio da uno spazzolino da denti. Galdo racconta come ne avesse acquistato uno con il manico di bambù, pubblicizzato appunto come più sostenibile rispetto al classico spazzolino in plastica, dalla degradazione interminabile. In breve tempo, però, il manico si è annerito e ha iniziato a puzzare. Galdo ha iniziato a informarsi, raggiungendo alcune conclusioni. Intanto, anche lo spazzolino di bambù non può poi considerarsi così sostenibile, dal momento che le setole sono di nylon e non biodegradabili. E poi, con il suo prezzo quasi doppio rispetto agli spazzolini in plastica, può a tutti gli effetti considerarsi un bene di lusso. Tanto da diventare, scrive nel libro, «la prova di come la sostenibilità stia stravolgendo la catena consumi, allargando sempre più la forbice tra una minoranza di consumatori verdi, green responsabili – chiamateli come vi pare – e una maggioranza che tira la cinghia perché intanto continua a scivolare indietro nella scala sociale».
Il mito infranto può facilmente lasciare l’amaro in bocca al termine della lettura. Ma è soprattutto un libro per riflettere, un richiamo alle scelte consapevoli: ne abbiamo parlato con l’autore.
Vicenda dello spazzolino a parte, da dove è nata l’idea di dedicare un saggio alla falsa sostenibilità?
Quello della sostenibilità è un tema di cui mi occupo da tempo, a partire dal sito Non sprecare che dirigo. E se il primo spunto è stato lo spazzolino di bambù, il secondo è stato quello che considero la bussola dello sviluppo sostenibile: gli obiettivi dell’Agenda 2030. Nessuno dei quali sarà raggiunto nella data prefissata. È importante notare che i primi di questi obiettivi non hanno a che fare con l’ambiente ma con la lotta alla fame, con la salute, con la parità di genere, con l’istruzione e l’accesso all’acqua. Perché la sostenibilità non può prescindere dalla riduzione delle diseguaglianze.
Ma ormai vediamo come le organizzazioni internazionali siano impotenti di fronte a questi problemi. Lo vediamo, e lo racconto ne Il mito infranto, con le COP per il clima, nelle quali il numero dei lobbisti accreditati supera ormai il numero degli Stati partecipanti. In breve, le organizzazioni internazionali non sono all’altezza della globalizzazione; non sono riuscite, cioè, a globalizzare quelle decisioni politiche che sono determinanti per una reale sostenibilità.
Per un consumatore o consumatrice, la lettura del suo saggio può essere frustrante: cosa possiamo fare per rendere le nostre scelte realmente sostenibili?
Dal punto di vista di chi considera la sostenibilità la vera scommessa per il futuro, il punto di partenza è: di che sostenibilità parliamo? Se è un’etichetta, non sappiamo cosa farcene. La vera sostenibilità è il cambiamento del modello di sviluppo, innanzitutto per ridurre le diseguaglianze; altrimenti rimane al massimo un’attività da “pollici verdi”. Dobbiamo insomma imparare a fare i conti con chi bara al tavolo della sostenibilità. Qui i giochi sono su due livelli: il primo è quello dei comportamenti e delle scelte dei singoli individui; il secondo quello delle scelte politiche. Per queste ultime, servono politiche internazionali che, come dicevo, siano all’altezza dell’attuale globalizzazione. Tanto più ora che assistiamo a una politica messa sotto scacco dalla tecnofinanza.
Per consumatori e consumatrici, invece, la questione si pone più in termini di scelte consapevoli e informate. Sia chiaro: sostengo la totale libertà di scelta del consumatore, perché solo in questo modo si possono tenere in considerazione i bisogni di tutti. Per fare un esempio personale, io stesso ho bisogno di acquistare acqua in bottiglia, con il consumo di plastica e le emissioni dovute ai trasporti che ne conseguono, per un problema di calcoli renali. Volendo tenere il fil rouge dello spazzolino da denti, vale la pena considerare che ha una qualità di setole non adatta a ogni persona. Ma se abbiamo gli strumenti informativi per le nostre scelte possiamo comunque orientare meglio i nostri consumi e stili di vita. Possiamo riuscire a guardare oltre l’etichetta e fare valutazioni più approfondite: le scelte sostenibili, anche quelle che non creano minoranze basate sul reddito, sono sempre possibili. Insomma, al tavolo della sostenibilità dobbiamo imparare a riconoscere chi trucca le carte.
Esistono esempi, lezioni di sostenibilità genuina?
Le possibilità ci sono, ed è su quelle che dovremmo concentrarci. Un esempio positivo viene dalle comunità energetiche, gruppi di cittadini, imprese, enti pubblici o associazioni che si uniscono per produrre, condividere e consumare energia rinnovabile in modo collettivo e locale. È un realtà che esiste e che in un Paese come il nostro, con la sua tradizione comunitaria del territorio, rappresentano una soluzione per ottimizzare i costi e aumentare l’autosufficienza energetica. Ci sono voluti diversi anni per la regolamentazione in Italia e il quadro normativo (nonché i finanziamenti) sono tutt’ora fragili, ma il settore delle comunità energetiche rappresenta un buon esempio di sostenibilità da incentivare.