I primi due mesi della presidenza Trump sono stati caratterizzati da una lunga serie di decisioni politiche che hanno conseguenze dirette sulla comunità scientifica, sia statunitense che internazionale. In particolare, alcuni di questi provvedimenti hanno coinvolto diverse agenzie federali, fondamentali per l’ecosistema della ricerca scientifica mondiale. Istituzioni come i National Institutes of Health (NIH), i Centers for Disease Control (CDC), la Food and Drug Administration (FDA) e la Environmental Protection Agency (EPA) – solo per citarne alcune – hanno un prestigio che va ben oltre i confini nazionali e influenzano profondamente la ricerca mondiale, finanziandola, emanando raccomandazioni che vengono adottate anche altrove, o producendo e custodendo dati e archivi di interesse globale. È possibile riconoscere almeno quattro strategie che sono state utilizzate dall’amministrazione Trump per impedire le normali attività di queste agenzie:
- blocco di tutte le comunicazioni con l’esterno;
- licenziamenti di massa a carico del personale;
- taglio dei finanziamenti federali alle università;
- nomina di personaggi controversi alla loro guida.
Blocco di tutte le comunicazioni delle agenzie con l’esterno
Uno dei primi ordini esecutivi che il Presidente Trump ha promulgato il 20 gennaio decreta l’esistenza solo di due sessi biologici, maschio e femmina, l’obbligo di eliminare qualunque riferimento all’identità di genere nei documenti federali (per esempio, rimuovendo termini come gender, pregnant e LGBT), e il divieto di finanziare attività che la promuovano. Un altro gruppo di ordini esecutivi abolisce tutti programmi di promozione della diversità, equità e inclusione (Diversity, Equity, Inclusion- DEI programs) nelle attività federali e il divieto di finanziare con fondi federali attori esterni (atenei, ONG, fondazioni, società scientifiche e così via) che aderiscono a tali programmi. Vi è inoltre l’obbligo per ogni dipendente federale di denunciare colleghi che non aderiscono a queste direttive, per esempio limitandosi a rinominare i programmi DEI con la speranza di farli passare inosservati.
Questa prima serie di ordini esecutivi ha generato il caos nelle agenzie federali. Nei giorni successivi all’insediamento presidenziale, qualunque forma di comunicazione delle agenzie (inclusi programmi di training e la partecipazione a meeting e convegni) è stato bloccato; inoltre, molte pagine web (in particolare, quelle del CDC) sono stati oscurate per eliminare qualunque riferimento all’identità di genere e ai programmi DEI. Alcuni di queste pagine contenevano informazioni e database importanti per la sanità pubblica, come per esempio il Social Vulnerability Index, il Pregnancy Risk Assessment Monitoring System e lo Youth Risk Behavior Surveillance System; si stima che la quota di dataset curati dal CDC che sono stati oscurati ammonti a 13% del totale. Inoltre, per la prima volta in sessant’anni, la rivista scientifica Morbidity and Mortality Weekly Report (MMWR) non è stata pubblicata. Si tratta di una fonte di informazione molto importante che permette alla comunità scientifica internazionale di conoscere tempestivamente l’andamento dei fenomeni epidemici emergenti (come l’attuale diffusione dell’influenza aviaria negli allevamenti americani). Infine, è stato chiesto a tutti i ricercatori del CDC di bloccare tutti i loro articoli che erano stati inviati a riviste scientifiche, in modo da verificare che i termini utilizzati fossero coerenti con gli ordini esecutivi. Questa decisione ha generato una serie di tensioni con diverse riviste scientifiche, che hanno dichiarato che non avrebbero accettato interferenze politiche nel processo editoriale.
A partire dall’11 febbraio, alcuni pagine web e dataset sono riapparsi per ordine della magistratura, anche se molti altri restano ancora offline. Inoltre, i documenti che sono tornati a disposizione del pubblico riportavano la seguente dichiarazione, piuttosto inconsueta nell’ambito scientifico: «Any information on this page promoting gender ideology is extremely inaccurate and disconnected from the immutable biological reality that there are two sexes, male and female. […] This page does not reflect biological reality and therefore the Administration and this Department rejects it».
Un aspetto che genera ulteriore preoccupazione è che il governo non ha mai stilato una lista completa dei termini vietati, lasciando alle diverse agenzie la responsabilità di decidere quali documenti non fossero allineati con gli ordini esecutivi. Ciò ha causato la nascita di miriadi di liste non-ufficiali, spesso riportate dai media, in cui vengono inclusi sempre più termini, anche non direttamente associati all’identità di genere, che sarebbero vietati. PEN America, una famosa ONG che si occupa di libertà di espressione, ha censito più di 250 parole di questo tipo. È sostanzialmente impossibile condurre alcun tipo di ricerca nell’ambito della sanità pubblica senza utilizzare questi termini nella stesura dei progetti, nella raccolta delle informazioni e nella scrittura degli articoli scientifici. Inoltre, l’attuale situazione di incertezza su quali siano i reali obblighi legali rischia di generare dei fenomeni di obbedienza anticipatoria, per cui individui e istituzioni si autocensurano per paura di perdere i fondi o il posto di lavoro. In questo senso, gli esempi di questo fenomeno si stanno già accumulando.
Licenziamenti di massa a carico del personale delle agenzie federali
Le agenzie federali includono circa 2,5 milioni di lavoratori, tra cui 280.000 tra scienziati e scienziate. Il 30 gennaio, tutti i dipendenti federali hanno ricevuto un’e-mail in cui si sollecitavano le loro dimissioni volontarie in cambio di alcuni benefici, come per esempio la possibilità di continuare a percepire lo stipendio per alcuni mesi dopo la cessazione del rapporto di lavoro, ma solo una piccolissima parte di loro ha accettato questa offerta. Il 14 febbraio, circa 25.000 dipendenti hanno ricevuto un’e-mail di licenziamento immediato, che adduceva come motivazione lo scarso rendimento. La maggior parte di questi lavoratori appartenevano alla categoria “in probation”, la meno tutelata dal punto di vista giuridico; comprende i dipendenti assunti da meno di due anni o, ironicamente, quelli appena promossi a un nuovo ruolo. Molte agenzie hanno perso tra il 5% e il 10% della loro forza lavoro nel giro di un week end e questo ha ovviamente immediatamente bloccato la loro attività.
I licenziamenti non hanno risparmiato servizi strategici per la salute e sicurezza nazionale, tra cui l’Administration for Strategic Preparedness and Response (ASPR), che si occupa di preparazione e risposta a disastri ed emergenze sanitarie, e i Centers for Medicare and Mediaid Services (CMS), che cura l’accesso alle assicurazioni sanitarie per 100 milioni di americani. In molti casi, dipendenti licenziati che svolgevano ruoli fondamentali (per esempio nel controllo della influenza aviaria) sono stati frettolosamente riassunti nei giorni successivi, aumentando ulteriormente la confusione all’interno delle agenzie. La U.S. Agency for International Development (USAID), un’agenzia che si occupa, tra le altre cose, di programmi assistenza umanitaria per contrastare patologie come HIV e la malaria a livello globale, è stata colpita in maniera particolarmente dura. L’agenzia è stata sostanzialmente smantellata, messa direttamente sotto il controllo del Dipartimento di Stato e i suoi fondi congelati. Questa ondata di licenziamenti di massa è stata seguita da dimissioni in segno di protesta da parte di alcune figure apicali delle agenzie, tra cui Lawrence Tabak, vice-direttore dell’NIH, Francis Collins, ex-direttore dell’NIH, ed Eric Green, direttore dello National Human Genome Research Institute.
Alcune settimane fa due giudici federali hanno dichiarato i licenziamenti illegittimi, ma la maggior parte degli ex-dipendenti non ha ancora avuto modo di tornare al lavoro. Peraltro, quella che si è conclusa è solo la prima ondata di licenziamenti. Il governo ha chiesto a tutte le agenzie di presentare un piano di pesanti riduzioni del personale entro aprile, e si prevede che questa volta a perdere il lavoro potrebbero essere centinaia di migliaia di persone.
Taglio dei finanziamenti federali alle università
Alcune agenzie federali costituiscono le più importanti fonti di finanziamento della ricerca condotta nelle università americane. La National Science Foundation (NSF), con il suo budget di 9 miliardi di dollari, l’anno scorso ha finanziato 11.000 progetti nei più disparati campi scientifici, finanziando gli stipendi di 357.600 ricercatori. A partire dagli anni ’50 del secolo scorso l’NSF è stata la più importante fonte di finanziamento per la ricerca di base in USA e ha contribuito in maniera considerevole alla leadership della nazione in ambito scientifico. A febbraio, però, è stato però ordinato all’NSF di ridurre del 25%-50% il proprio staff di tagliare il budget del 70%.
Il ruolo dell’NIH è ancora più rilevante; si tratta del più grande finanziatore mondiale per la ricerca biomedica (50 miliardi di dollari all’anno), che sostiene non solo studi condotti in USA ma anche moltissime collaborazioni internazionali.
Si può quindi facilmente immaginare il caos che si è generato a partire dal 27 gennaio, quando l’amministrazione Trump ha congelato tutti i finanziamenti emessi da agenzie federali, adducendo la motivazione che bisognava verificare che fossero congruenti con le nuove direttive. Inoltre, un ulteriore ordine esecutivo, emesso il 7 febbraio, ha stabilito di ridurre i costi indiretti dei finanziamenti federali al 15%, rispetto agli attuali valori che variano tra il 50% e il 80%. I costi indiretti sono quella parte dei finanziamenti che copre attività non legate a uno specifico progetto di ricerca ma che sono comunque fondamentali, come per esempio i costi dell’elettricità, della manutenzione degli edifici, le spese amministrative e così via. Oggi, quando un ricercatore vince un grant, l’università riceve un surplus (chiamato overhead), in modo da coprire tali spese. Mentre questa iniziativa è stata pubblicizzata dal governo come un modo di ridurre sprechi inutili, ciò si rischia di tradursi in una enorme riduzione dei finanziamenti per la ricerca, stimato attorno a 6 miliardi di dollari. Per le università più prestigiose, questo taglio si tradurrebbe in una perdita annua superiore ai 100 milioni di dollari, che dovranno essere trovati in qualche altro modo. Gli atenei più piccoli, invece, dovranno semplicemente rinunciare a tutte le loro attività di ricerca. Anche se la riduzione degli overhead era stata pensata come un intervento da attuarsi immediatamente, la sua applicazione è stata subito sospesa in seguito ad azioni legali intentate da diversi stati americani per proteggere le proprie università. All’inizio di marzo un giudice ha emesso una prima sentenza che dovrebbe bloccare definitivamente i tagli, ma l’amministrazione Trump ha ancora la possibilità di appellarsi a tale decisione.
Nel frattempo, però, il governo ha sferrato un nuovo tipo di attacco contro diversi atenei. Sfruttando una legge che impedisce la discriminazione all’interno dei programmi finanziati con fondi federali, ha tagliato improvvisamente 400 milioni di dollari alla Columbia University, accusandola di non aver impedito atti di antisemitismo durante le proteste universitarie. Questo, ovviamente, ha avuto come conseguenza l’interruzione di una serie di progetti, tra cui il Diabetes Prevention Program, uno studio sulla prevenzione del diabete che esiste da più di trent’anni. Indagini simili stanno attualmente avvenendo a carico di altre 60 università, per cui è l’intero sistema dell’istruzione superiore americano a essere a rischio. A questa situazione si vanno ad aggiungere ulteriori problematiche che hanno coinvolto specifici atenei. Qualche settimana fa, la Johns Hopkins ha subito un taglio di 800 milioni di dollari di finanziamenti che otteneva per portare avanti progetti in paesi via di sviluppo; il denaro arrivava tramite USAID che, come accennato prima, il mese scorso è stata sostanzialmente chiusa. Infine, qualche giorno fa la Università del Pennsylvania ha perso fondi per 175 milioni di dollari per aver fatto gareggiare nel 2022 un’atleta transgender a delle gare di nuoto, nonostante le regole in vigore allora lo permettessero.
A causa di tutta questa incertezza economica, le università stanno reagendo con un congelamento delle assunzioni e una riduzione dei posti di dottorato, che quest’anno, per la prima volta, potrebbero essere ridotti del 30%. Se questa riduzione dovesse essere confermata, ciò riporterebbe il numero dei dottorati ai livelli di vent’anni fa, con un impatto che coinvolgerebbe anche il resto del mondo: negli USA, quasi il 40% dei dottorandi è infatti costituito da stranieri, molti dei quali ritornano nel loro paese di origine dopo un certo periodo, svolgendo un ruolo fondamentale per la diffusione delle competenze nelle comunità scientifiche nazionali.
Nomina di personaggi controversi alla guida delle agenzie
Mentre un elevato grado di spoil system è sempre stato presente nelle posizioni apicali delle agenzie federali, l’attuale amministrazione sembra aver portato il fenomeno a un altro livello. In questo senso, la personalità più nota è certamente quella di Robert Kennedy Jr, nominato Segretario della Salute e dei Servizi Umani (Human and Health Services-HHS), sotto il quale si trovano tutte le agenzie federali di carattere sanitario (come NIH, FDA, CDC). Noto da decenni per alcune posizioni particolarmente controverse sui vaccini, durante le sue audizioni Kennedy Jr ha sempre negato di essere un no-vax. La direzione che stanno però prendendo le agenzie sotto il suo controllo sembrano però suggerire altrimenti.
Recentemente, i NIH hanno interrotto i finanziamenti sulle ricerche riguardanti l’esitazione vaccinale e si teme che anche gli studi sui vaccini a mRNA possano essere fermati presto. Allo stesso tempo, i CDC hanno dichiarato l’intenzione di voler condurre un nuovo studio su vaccini e rischio di autismo, anche se la comunità scientifica ha escluso da tempo la possibilità che questa associazione esista. Inoltre, il coordinamento di questa nuova ricerca verrà probabilmente affidata a David Geier, un’altra figura particolarmente controversa. Il neodirettore dei NIH, Jay Bhattacharya, ha recentemente annunciato il lancio di una nuova rivista scientifica, il Journal of the Academy of Public Health, il cui editorial board, secondo Science, sarebbe costituito in gran parte da ricercatori scettici sulla sicurezza dei vaccini. Infine, alcuni giorni fa uno dei più importanti esperti di vaccini all’FDA ha dato le proprie dimissioni, in aperta critica con le posizioni prese da Kennedy jr.
Anche sul fronte della ricerca su Covid-19 le notizie non sono rassicuranti. I NIH hanno deciso di interrompere improvvisamente decine di studi in questo ambito, inclusi alcuni volti allo sviluppo di nuovi farmaci antivirali. Inoltre, l’HHS ha recentemente dichiarato che chiuderà l’Office for Long COVID Research and Practice Office (OLC), che finora ha coordinato tutte le attività di ricerca delle diverse agenzie su questo tema.
Un’ulteriore preoccupazione, di carattere più generale, è costituita dal fatto che Pubmed, il database fondamentale per qualunque ricerca bibliografica in ambito sanitario, è a sua volta di proprietà dei NIH. I modi per rendere inutilizzabile questa fonte vitale di informazioni sono potenzialmente molteplici e includono renderlo inaccessibile, smettere di aggiornarlo, cambiare il sistema di indicizzazione per «punire» specifici giornali, indicizzare qualunque rivista ne faccia richiesta, e includere solo articoli e giornali graditi all’amministrazione Trump.
Cosa attendersi nei prossimi mesi
È improbabile che le ostilità dell’amministrazione Trump nei confronti delle agenzie federali si esauriscano presto, considerato anche che, secondo quanto dichiarato, il programma di riduzione del personale federale dovrà essere completato entro la fine del 2025. Nel frattempo, l’ufficializzazione delle nomine dei direttori di alcune agenzie, in corso in questi giorni, permetterà di delineare in maniera ancora più chiara l’agenda che verrà seguita in ambito scientifico. Inoltre, occorre considerare che molte delle iniziative ai danni delle agenzie sono state finora bloccate da giudici federali; presto questi casi arriveranno alla Corte Suprema, che dovrà stabilire se il Presidente degli Stati Uniti abbia la facoltà di modificare o chiudere le agenzie, di fatto ignorando leggi precedentemente approvate dal Congresso.
Da parte sua, la comunità scientifica statunitense e internazionale sta iniziando a realizzare che una riduzione dell’indipendenza della ricerca negli USA ha conseguenze che vanno ben oltre i confini nazionali e che limitarsi ad attendere le prossime elezioni potrebbe non essere un’opzione praticabile. In particolare, gli atenei americani dovranno decidere se combattere per la loro autonomia in tribunale o continuare a negoziare per cercare di evitare i pesanti tagli dei fondi. Diversi eventi spontanei, come le proteste di Stand up for Science del 7 marzo, hanno riunito i ricercatori in USA e all’estero, ma il coinvolgimento delle grandi società e accademie scientifiche in questo processo è stato finora piuttosto scarso. Il compito delle riviste scientifiche sarà fondamentale in questa fase, sia per opporsi attivamente a qualunque tentativo di interferenza politica nei processi editoriali, sia per continuare a documentare tutti gli attacchi alla scienza condotti da questa amministrazione.